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I tre principi della progettazione del glamping: paesaggio, spazi e reversibilità

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Negli ultimi anni il termine glamping è entrato stabilmente nel lessico del turismo contemporaneo. Ma cosa significa davvero fare glamping? È semplicemente “camping di lusso” oppure esiste una dimensione più profonda, culturale, progettuale e persino filosofica? Una risposta, originale, tutta italiana, arriva da un articolo scientifico pubblicato ad aprile 2026 sulla rivista internazionale Architecture (MDPI), dal titolo “The Role of Glamping in Reinforcing Local Identity – A Landscape Design Approach Hypothesis“. A firmarlo sono Luca Trabattoni, professore associato presso University of Technology di Opole (Poland), e Margherita Capotorto, ricercatrice Indipendente.

I due autori sono anche fondatori di Camping Design and Architecture, uno studio di ricerca e progettazione che ha all’attivo oltre cento progetti legati al mondo del turismo outdoor in collaborazione con l’azienda Crippaconcept di Torre d’Isola (PV). È da questa doppia prospettiva accademica e professionale, che nasce questa interessante riflessione sul glamping in Italia, in cui ci si interroga sul futuro dell’abitare temporaneo nella natura.

Dopo tanti anni di ricerca e progettazione nel mondo dell’open-air, abbiamo avuto l’occasione di riflettere su come definire il glamping da un punto di vista progettuale. L’obiettivo è stato quello di integrare paesaggi e sostenibilità nella costruzione dell’esperienzialitá”, spiegano Trabattoni e Capotorto.

Il glamping viene così letto come uno strumento di progetto capace non solo di ospitare i turisti, ma anche di rafforzare l’identità dei luoghi in cui si inserisce valorizzandone il territorio. In questa prospettiva, la qualità dell’esperienza non dipende soltanto dal comfort, ma dal modo in cui le strutture si relazionano con morfologia, vegetazione, visuali e caratteri culturali del contesto.

Da cosa parte la ricerca

Il punto di partenza è: il glamping, nonostante la sua rapida espansione, non esiste ancora come categoria progettuale. Non ha una definizione normativa propria (rientra nel codice NACE del campeggio), non ha una formula architettonica codificata, e la letteratura scientifica lo ha finora guardato quasi esclusivamente attraverso il marketing e l’economia del turismo.

Trabattoni e Capotorto si chiedono invece: è possibile progettare il glamping come pratica paesaggistica, anziché come prodotto di mercato? Per rispondere, adottano un metodo chiamato research by design, ovvero usano due progetti reali come strumenti di indagine, testando sul campo le strategie progettuali che teorizzano.

Il primo progetto si trova a Orco Feglino, nell’entroterra ligure, in provincia di Savona. Un ristorante esistente deve trasformarsi in una struttura glamping. Il sito è un pendio collinare di circa tre ettari, con un dislivello di 24 metri, caratterizzato da radure e aree boscate. La soluzione progettuale lavora sulla densità insediativa e sulla vegetazione locale per creare un sistema di “micro-paesaggi orientati”. Ogni unità abitativa ha una propria direzione panoramica, è nascosta dalla vegetazione e separata dalle altre da almeno 15 metri. In questo caso il progetto è andato ad amplificare la presenza del bosco.

Il secondo progetto si trova a Lonato del Garda, al confine meridionale del lago, in un contesto agricolo terrazzato con vigneti e ulivi. Qui il cliente chiede un’area glamping all’interno di un agri-camping, con l’utilizzo di maxi-caravan. I vincoli sono ben più stringenti, infatti le terrazze esistenti impongono posizionamenti precisi, ma la risposta progettuale è altrettanto raffinata: le unità si allineano lungo le terrazze con uno sguardo univoco verso il paesaggio esterno, mentre gli spazi comuni diventano orti e giardini agricoli che coinvolgono attivamente gli ospiti. In questo secondo caso sono stati valorizzati vigneti, gli ulivi e i terrazzamenti agricoli.

Il glamping dunque può rafforzare l’identità locale invece di standardizzarla. Il messaggio è chiaro: ogni territorio possiede un linguaggio e il glamping dovrebbe imparare a parlarlo.

I tre principi per la progettazione del glamping

All’interno dell’articolo sono tre i principi che vengono posti e indagati in relazione al glamping:

1. Il paesaggio viene prima dell’architettura. Il vero lusso è la relazione con la natura.

Uno dei concetti più forti del testo è che, nel glamping, la struttura abitativa non deve dominare il luogo, ma nascere da esso. Il paesaggio non deve essere uno sfondo, ma il vero protagonista del progetto. Secondo gli autori, il glamping funziona quando valorizza la morfologia esistente, la vegetazione, le visuali e la struttura del sito, invece di sostituirli con un ambiente artificiale.

In pratica: non si costruisce nel paesaggio. Si costruisce con il paesaggio. Per chi gestisce una struttura outdoor, questo significa smettere di pensare solo alla singola unità abitativa e iniziare a progettare l’esperienza complessiva del luogo. Una riflessione particolarmente attuale, soprattutto in un’epoca in cui il turista cerca sempre meno “servizi” e sempre più “memorie”.

Gli autori la agganciano esplicitamente a due grandi pensatori del Novecento: Ernesto Nathan Rogers e il suo concetto di homo additus naturae: l’essere umano non è padrone della natura, ma parte di essa. Costruire significa dialogare con il contesto, non imporsi su di esso. E Martin Heidegger e il suo saggio Costruire, abitare, pensare: abitare non è dominare, ma custodire. L’essenza dell’umanità è la cura del mondo.

Da queste premesse discende una visione del glamping radicalmente diversa da quella commerciale: il lusso del glamping non è il letto king size nella tenda, ma l’accesso privilegiato e solitario a un paesaggio autentico. Il vero prodotto non è la struttura, è la relazione con il territorio.

E qui sta il rovesciamento più originale della ricerca: mentre nel campeggio tradizionale il “paesaggio esterno” (il mare, la montagna, il lago) è il motivo per cui si sceglie una struttura, e il “paesaggio interno” al campeggio è secondario, nel glamping questa gerarchia si inverte. Il paesaggio esterno viene portato dentro – dentro ogni unità, dentro ogni vista, dentro ogni esperienza – e diventa il vero artefice del progetto.

2. La densità conta più delle dimensioni

Il secondo principio riguarda la densità insediativa. La distanza tra le unità, la disposizione degli spazi comuni e la relazione con la privacy siano elementi decisivi per costruire un’esperienza di glamping coerente con la promessa di immersione nella natura. La distanza minima che viene definita è di 15 metri tra le unità abitative.

Non si tratta di un’arbitraria norma estetica. Gli autori la derivano dalla fisica dell’acustica: a 15 metri, la voce di un essere umano è ancora percepibile come presenza di fondo ma non più intellegibile. Superata quella soglia, ogni ospite abita il proprio paesaggio sonoro. La natura riprende il sopravvento.

Questa distanza diventa il raggio generatore dell’intero sistema insediativo: attorno a ogni unità si costruisce un cerchio di 15 metri di raggio, e dentro quel cerchio si progetta la vegetazione, si orienta la vista, si nasconde la struttura. Il glamping smette di essere una collezione di tende di lusso e diventa un sistema di paesaggi minimi, ciascuno autonomo e orientato.

3. Il glamping deve essere reversibile

Altro principio fondamentale che viene definito è che la reversibilità sia una qualità fondamentale. Le strutture leggere, removibili e a basso impatto diventano importanti non solo per ragioni ecologiche, ma perché permettono una forma di abitare temporanea che non consuma in modo irreversibile il suolo. Una visione perfettamente in linea con il futuro del turismo sostenibile.

Cosa il settore può imparare da questa ricerca

In questo momento, in Italia, esistono 295 strutture glamping, per un totale di circa 10.000 posti letto. Le strutture “solo glamping” sono appena 95, con circa 1.510 posti in tutto il Paese. Le regioni più attive sono Toscana, Piemonte e Veneto. Il valore di mercato diretto è cresciuto da circa 13 milioni di euro nel 2018 a circa 22 milioni nel 2023. Il turismo outdoor nel suo complesso ha superato nel 2023 i livelli pre-pandemia, con oltre 68 milioni di notti.

Numeri ancora contenuti, ma in crescita decisa che non deve far sottovalutare quanto il glamping abbia un ruolo simbolico e sperimentale che va ben oltre la sua quota di mercato: può diventare un laboratorio di buone pratiche per tutto il settore outdoor.

Trabattoni e Capotorto danno spunti per il settore importanti e molto chiari soprattutto per chi si appresta ad aprire una nuova struttura: il vantaggio competitivo non è l’alloggio più bello del mercato, ma è il rapporto che questo alloggio stabilisce con il luogo in cui si trova. La “vista sul lago” non è uno sfondo. È il prodotto. E progettarla, nel senso più vero del termine, significa chiedersi dove posizionare ogni unità, quale vegetazione piantumare, quale direzione visiva privilegiare, come garantire che ogni ospite senta di essere solo al mondo in mezzo alla natura, anche se a 50 metri c’è un’altra tenda.

Non è romanticismo. È design. E questa ricerca dimostra che si può fare in modo sistematico, replicabile e coerente con l’identità dei paesaggi più belli d’Italia. Per chiudere, l’articolo lascia aperta una domanda importante che non riguarda l’architettura. Riguarda noi. In un mondo sempre più veloce, digitale e standardizzato, forse il lusso più raro non è avere di più. Forse è riuscire, anche solo per qualche giorno, a sentirsi davvero parte di un luogo. Ed è proprio qui che il glamping, quando progettato con intelligenza, smette di essere una tendenza e diventa cultura.

L’articolo completo può essere letto gratuitamente sul sito di MDPI, dove è identificato dal DOI (Digital Object Identifier) 10.3390/architecture6020067

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